Promettere è facile, governare è un altro paio di cazzi

La retorica è da sempre uno degli strumenti fondamentali della politica. Serve a persuadere, a costruire consenso, talvolta a rendere presentabile persino l’impresentabile. E fin qui, nulla di nuovo. Se però c’è una cosa che mi sta altamente sui coglioni è il suo utilizzo più sfacciato, quello che presuppone un pubblico di ingenui con l’anello al naso, pronto a bersi qualsiasi fesseria e a implorare in coro qualcuno, con gli occhi lucidi: «Ci salvi, la prego, signor Poggiolini!».

Prendiamo ad esempio il caro carburanti. Le opposizioni accusano il governo di non aver fatto abbastanza e chiedono interventi per contenere gli aumenti. Una critica e una richiesta legittima, ci mancherebbe. Ma quando si presenta una soluzione come semplice, immediata e quasi gratuita, sarebbe il caso di chiedersi anche chi dovrebbe pagarla e con quali strumenti. Perché la politica ha questo vizietto: promettere, soprattutto quando a dover mantenere la promessa sarà qualcun altro. All’opposizione tutto sembra semplice. I cazzi semmai arrivano quando vai a Palazzo Chigi. Naturalmente, anche chi governa ha i suoi piccoli trucchi. Quando le promesse elettorali si scontrano con la realtà, entrano in scena magicamente i vincoli di bilancio, le difficoltà ereditate dai precedenti governi e le circostanze imprevedibili, la congiuntura internazionale. Tutte cose che esistono davvero, per carità, ma che sembrano acquistare un’importanza straordinaria soltanto dopo aver vinto le elezioni. Prima, evidentemente, il problema era la pigrizia, degli altri. E’ il giochetto che ha fatto in tempi non sospetti il Presidente Meloni tra i gli scranni di Montecitorio ad esempio sulle accise, e quello di Giuseppe Conte attualmente su sicurezza, tenuta dei conti, armi e sostegno all’Ucraina.

 Lo stesso succede quando si parla di proteste e ordine pubblico. Una parte insiste sulle ragioni sociali di chi scende in piazza, l’altra sulle violenze e sulla sicurezza. Eppure le due cose potrebbero convivere: può coesistere il diritto di protestare senza giustificare chi devasta una strada e sfascia una vetrina, così come si può condannare la violenza senza liquidare le ragioni di una protesta. Pare che in politica anche l’ovvio diventa complicato in circostanze specifiche.

Il punto è proprio questo. La retorica politica non consiste necessariamente nel raccontare bugie. Spesso è sufficiente scegliere quali verità raccontare, quali lasciare sullo sfondo, quali parole usare e quali no, e quali ripetere fino a farle sembrare l’unica interpretazione possibile.

Le poltrone hanno una curiosa capacità di modificare il linguaggio di chi ci si siede: chi oggi denuncia l’uso eccessivo dei decreti e delle fiduce, potrebbe domani, o quando era precedentemente al Governo, averli trovati estremamente indispensabili. Chi oggi chiede rigore nei conti pubblici potrebbe scoprire, o aver scoperto in passato, che le promesse elettorali costano più della semplice propaganda. E chi oggi pretende responsabilità dagli avversari potrebbe domani dover spiegare perché, nel proprio caso, le circostanze siano o siano state eccezionali o non conveniva alla virtù.

La democrazia ha bisogno di un’opposizione che contesti il governo e di un governo che risponda delle proprie scelte all’opposizione. Ma quando il dibattito si riduce a una gara per stabilire chi ce l’ha più grosso, a guadagnarci sono soprattutto i professionisti della polemica.

Perché il vero capolavoro della retorica politica non è convincerci di avere ragione. È convincerci che la nostra parte abbia ragione anche quando non ha argomenti sufficienti per dimostrarlo. Le poltrone cambiano. Le accuse si scambiano. E i principi, quelli che sembravano irrinunciabili, spesso imparano ad adattarsi alle esigenze di chi li proclama.

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