
Negli anni del Liceo abitavo a poche centinaia di metri dal mio Istituto. La mattina alle 8.05 lei passava sotto casa mia a piedi ed io scendevo con cronometrica precisione a quell’ora. Questo mi permetteva di fare il tratto di strada insieme. Oggi penso quanto ero sciocco, ma l’Amore rende sciocchi. Il professore di Fisica una volta ci disse: “il Cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. E aveva ragione, ma più ragione di lui l’aveva Blaise Pascal che questa frase sono sicuro che la disse a metà del XVII Secolo. Per me quegli ottocento metri insieme erano l’unità di misura della felicità. Quando era malata una sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco mi accompagnava per tutta la giornata. E non pensate fosse fame. A mia memoria lei è stata la prima cotta giovanile. Quando una cosa è nuova non sai come affrontarla, non hai mezzi e anticorpi in grado di arginare o tamponare il problema. Come lo gestisci? Vorresti che la scuola te lo avesse insegnato. La scelta di andare a studiare al nord era avvenuta a seguito di ciò che avevo sempre temuto. Lei si fidanzò e il mio mondo andò in mille pezzi. Mi ricordo che passavo le sere in auto ad ascoltare canzoni del tipo Lacrime di Venditti, Baglioni e poi c’era una canzone dei Nomadi che faceva: “Ti baciava le labbra e io di rabbia morivo già”. Sembravano tutte scritte per me. Cambiai due batterie all’auto perché mi addormentavo con lo stereo acceso fino alle 3 del mattino. La lontananza nella Pianura padana mi fece bene, ma mi accorgevo che cercavo lei in ogni frequentazione con l’altro sesso. Tutte perdevano inesorabilmente il confronto, ma io avevo comunque le mie esigenze, vuoi anche perché entravo in facoltà alle 8 e uscivo alle 18, vuoi che ero lontano da casa, non mi feci mancare delle frequentazioni diciamo accademiche, alcune anche di lunga durata e con una certa progettualità, consapevole che avrei dovuto trascorrere tra la nebbia almeno 6 anni. L’incapacità di gestire il rifiuto mi aveva reso cinico. Non che le donne non abbiamo il sacrosanto diritto al libero arbitrio, ma a sedici anni era come essere rifiutato dal mondo, è come se quello che per te rappresenta il mondo ti dicesse che non vai bene e che quindi sei sbagliato. Senza possibilità di appello. “O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? Perché di tanto inganni i figli tuoi?” con leopardiana licenza. Il mio cinismo si espletava nella vita come nelle relazioni umane. Diciamo che non credevo all’Amore, non ci credevo più. E questo mi portava, ad essere anaffettivo, a trovare difficile stipulare legami. Mi veniva spesso alla mente Schopenhauer che nell’ottocento si spinse ad un’aspra invettiva contro il nostro Dante, azzardando che se Beatrice avesse ceduto e lui avesse soddisfatto i suoi piaceri carnali, il sommo poeta, sarebbe stato poi così sommo? O meglio, avrebbe scritto quell’immenso capolavoro studiato in tutto il mondo? Ai posteri…
