L’Amore è una banana | Recensione del Libro di Paolo Nori

Io già l’ho detto in un post sui social: ho tre passioni, mia Moglie, il Medioevo e i libri di Paolo Nori. Anche se quest’ultimo si contende lo scranno con Alessandro Barbero. Ma per come ho imparato a conoscerlo attraverso i suoi libri, anche se uscisse da questo mio personalissimo podio, vivrebbe bene lo stesso. Anzi, forse anche meglio. Ho scoperto Paolo Nori circa un anno e mezzo fa, cercavo un libro su Anna Achmatova dopo aver ascoltato una puntata del Podcast di Alessandro Barbero al Festival della Mente di Sarzana del 2022 sulla Poetessa russa. Trovai il libro proprio di Nori: Vi avverto che vivo per l’ultima volta. E da li è stato un crescente. Alcuni testi erano presenti su una piattaforma di audiolibri e siccome io sul posto di lavoro ho la fortuna di potere ascoltare con le airpods per 8 ore qualsivoglia audio, ho cominciato a conoscere questo autore più o meno dagli esordi: Bassotuba non c’è (1999) fino a Chiudo la porta e urlo (2024). Paolo Nori è laureato in Letteratura Russa e parla fluentemente il russo, ha dato nel suo percorso, come ricorda lui più volte nei suoi scritti, 7 esami di filologia, che secondo me sono quelli che fanno la differenza nel suo modo di scrivere. Io trovo che le proposizioni dei sui testi hanno un uso della punteggiatura maniacale che potrebbe leggerli senza sforzo anche uno con un polmone soltanto per quanto, se le rispetti, ti danno il tempo di riprendere fiato.

Il titolo è emblematico. Come spiega l’autore in un video TikTok edito da Mondadori sul suo profilo: in Unione Sovietica per un periodo di tempo, a causa della chiusura dell’economia russa all’Occidente, le banane non sono più arrivate e le giovani generazioni non hanno conosciuto questo strano frutto giallo, dolce, molto saporito, per molto tempo. Ne sentivano parlare solo dai fratelli maggiori. Tanto che a un certo punto pensavano non fossero mai esistite, che fossero una balla. Nella Russia sovietica quindi si era solito dire quando qualcosa era assurda o poco credibile, che fosse per l’appunto una Banana. Da qui il protagonista Bernardo Barigazzi che pensa, appunto, che l’amore sia una banana. Una balla, per così dire.

Ci sono dei libri che si prestano a farsi ascoltare come per esempio è stato il caso di Vi avverto che vivo per l’ultima volta, noi e Anna Achmatova. Ma ci sono anche quelli per esempio che farseli leggere, a prescindere della straordinaria oratoria ciceroniana di Paolo Nori, farseli leggere come dire, è come umiliarli. E’ stato secondo me il caso di Bassotuba non c’è (1999). Tutti i dialoghi tra gli angeli e Learco Ferrari che gli rimproverano il fatto di aver sprecato i suoi talenti, danno un po’ sui nervi. Bassotuba non c’è, Grandi ustionati (2001), Si chiama Francesca, questo romanzo (2002), Sanguina ancora (2021) sono romanzi che nonostante la magnifica arte oratoria, basata su una modulazione magistrale della voce dell’autore che, non è scontato, li legge personalmente, sono romanzi che vanno auto-letti. Magari attraverso la sua voce, se già la conosci. Poi diciamolo, il suo dialetto parmigiano, è un’arma micidiale. E’ come dire: ti piace vincere facile.

Io non so come si fa una recensione di un libro, posso immaginare che si debbano evitare spoiler o entrare troppo nelle trame, più che altro per rispetto dell’autore e del lettore o potenziale tale. Dirò solo che di quelli che ho letto di Paolo Nori, mi sembra sia il primo romanzo in cui non utilizza nel testo il suo pseudonimo Learco Ferrari, e che parli da narratore onnisciente di Manzoniana ispirazione. E’ un romanzo molto difficile secondo me da collocare in una libreria, a metà tra il giallo e la narrativa introspettiva. Ci sono elementi del mistero e dell’indagine, ma non la tensione tipica del thriller classico. Un ibrido, un pò’ giallo psicologico, un po’ romanzo di costume. Nei testi del Nori ci sono spesso dei richiami, come dire, delle ripetizioni che un lettore fidelizzato ricorda anche nei precedenti testi. In questo, L’Amore è una banana (2026) per esempio c’è un intero paragrafo che è apparso su Chiudo la porta e urlo (2024). E’ quando a Barigazzi, il protagonista, il narratore onnisciente poc’anzi citato dice che amava un filosofo, Epitteto, che esortava a preoccuparsi solo delle cose che dipendono da noi, non di quelle che dipendono dagli altri. E il paragrafo continua, scorre uguale come in Chiudo la porta e urlo. Tanto che delle volte pensi siano Dejà vu e invece lo avevi effettivamente letto da un’altra parte. Mi piacerebbe chiedergli se è nostalgia del passato o una tecnica narrativa. Chi ha letto questo libro ed è un lettore consolidato di Paolo Nori non può non essersi sconvolto al paragrafo 60, dice che Togliatti, la moglie Francesca (la chiama cosi perché è laureato in storia dell’Unione Sovietica e perché crede di essere migliore degli altri) è morta in un incidente nel 2018. Ho pensato che forse fosse veramente accaduto e che scriverlo fosse stato un modo per esorcizzare il dolore, però poi ho trovato un’intervista del Fatto Quotidiano del 15 Agosto 2026 che mi ha tranquillizzato in cui Nori dice che si sono sposati da poco per questioni più che altro legali: «perché abitiamo in un posto in cui se uno sta male possono impedire all’altro di visitarlo in ospedale». E questa cosa mi ha fatto sorridere perché in un certo senso anche io e mia moglie nel 2021, dopo 13 anni insieme, ci siamo sposati perché nel Dicembre 2020 vivevamo a Berlino ed entrambi eravamo affetti dal Coronavirus, ma Lucia ha avuto la polmonite bilaterale tanto che è stata ricoverata la mattina del 24 dicembre, portata via con la Krankenwagen, l’ambulanza, e lei non fosse stata in grado di usare WhatsApp, infetto e in quarantena, non avrei potuto sapere nulla di lei.

Perché allora ho dato 4 stelle su 5? Perchè mi ricordo una volta, era il 2014 ed ero alla seduta della giunta di Facoltà, a presiederla c’era il Preside Eugedio Gaudio, che era anche il Rettore. In Sapienza erano decenni che la Facoltà di Medicina aveva un’egemonia tale da esprimere ogni volta il Rettore. E al momento di analizzare i questionari degli studenti sugli esami e la valutazione dei Professori disse una cosa che mi è rimasta impressa: «Propongo, se lor Signori sono d’accordo, di escludere dalla nostra valutazione sia i feedback con 5 gradi di gradimento, sia quelli con uno, perché sono troppo emotivi e dettati da sentimenti che potrebbero deviarci dal nostro compito di valutare in lucidità e coscienza». E secondo me in parte è vero.