Schuld, una parola che racconta un modo di pensare
Ci sono cose che impari vivendo in un Paese straniero e che probabilmente non avresti mai notato vivendo a casa tua. A me è capitato più volte studiando il tedesco, finchè non mi cimentai con il sostantivo: Schuld. Schuld significa colpa. Ma anche debito. In italiano sono due concetti distinti: una cosa appartiene alla morale, l’altra al conto corrente. Nella lingua di Goethe, invece, sono nella stessa famiglia. Naturalmente non penso che un tedesco, sentendo la parola Schuld, pensi automaticamente di essere un peccatore. Però è curioso che nell’idioma siano rimaste così vicine all’idea di dovere qualcosa e quella di avere una responsabilità. Vivendo in Germania, questa cosa mi è tornata in mente più volte. Qui esiste una sensibilità molto forte verso il debito pubblico. Basta notare una parola: Schuldenbremse, il “freno al debito”. È una regola costituzionale che limita il nuovo indebitamento strutturale del governo federale allo 0,35% del PIL. Non si sono limitati a dire “cerchiamo di non indebitarci troppo”. Hanno messo un freno al debito in Costituzione (nella Grundgesetz agli articoli 109 e 115). E questa attenzione è diventata particolarmente evidente durante la crisi dell’euro. In Italia solo nel 2012 è stato inserito in Costituzione un aleatorio principio di pareggio di bilancio (Art. 81) che però negli anni successivi non si è ancora realizzato sul piano tecnico.
Per un certo periodo Paesi come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, insieme all’Irlanda, vennero spesso raccolti sotto l’acronimo PIIGS, costruito sull’assonanza con l’inglese pigs, “maiali”. Il termine non fu coniato da Merkel o dalla Troika, ma durante la crisi diventò il simbolo di una certa rappresentazione da parte dei Paesi virtuosi dei Paesi del Sud Europa che avevano vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che dovevano rimettere ordine nei conti. Ed è qui che Schuld diventa interessante. Perché durante quella crisi non si parlava soltanto di numeri. Si parlava di responsabilità. Chi aveva fatto i debiti? Chi doveva pagarli? Chi aveva sbagliato? Chi aveva diritto a essere aiutato? Il debito, insomma, rischiava di trasformarsi da problema economico in giudizio morale. E forse questo aiuta anche a capire una differenza che noto vivendo qui: la soglia alla quale si comincia a parlare di crisi può essere molto diversa. Nel quarto trimestre del 2025 il debito pubblico tedesco era intorno al 62,5% del PIL, mentre quello italiano era al 137,1%. Per un italiano abituato da decenni a convivere con un debito superiore al 100% del PIL, il 60% può sembrare quasi rassicurante. Per un tedesco può invece rappresentare già un motivo serio di preoccupazione. Non significa che i problemi tedeschi non siano reali. La Germania ha attraversato anni difficili e deve affrontare ancora questioni importanti che riguardano industria, energia, automobile, produttività e investimenti. La percezione della crisi dipende anche da ciò che consideriamo normale. Se sei abituato ad avere i conti perfettamente in ordine, una piccola deviazione può sembrarti enorme. Se convivi con un problema da decenni, impari a considerarlo quasi parte del paesaggio. È un po’ come avere due case. In una il pavimento è perfettamente dritto: se compare una pendenza di due centimetri, chiami il muratore. Nell’altra il pavimento è storto da trent’anni: quando perde altri due centimetri, qualcuno dice semplicemente: “Vabbè, ancora regge”.
Ma attenzione: questo non significa che il debito sia necessariamente un male. Uno Stato può indebitarsi per svariati motivi: costruire una ferrovia, una scuola, un ospedale o una rete energetica. La domanda non dovrebbe essere soltanto quanto debito abbiamo, ma anche per cosa lo abbiamo fatto. Perché anche avere troppa paura del debito può avere un costo. Se non investi per paura di indebitarti, prima o poi qualcuno dovrà pagare il prezzo delle infrastrutture che non hai costruito e della manutenzione che non hai fatto. Alla fine, forse, il vero confronto tra Italia e Germania non riguarda soltanto la quantità di debito. Riguarda il modo in cui lo guardiamo. L’italiano, abituato a convivere con il debito, può chiedersi: “Quanto possiamo ancora permetterci di indebitarci?” Il tedesco può partire da una domanda diversa: “Perché dovremmo indebitarci?” Sembrano la stessa domanda. Spoiler: Non lo sono. E forse è proprio qui che Schuld torna a essere interessante. Non credo che la lingua tedesca abbia creato la mentalità tedesca sul debito. Sarebbe una spiegazione troppo facile. È molto più probabile che una lunga storia di idee, istituzioni ed esperienze economiche abbia lasciato le proprie tracce nella lingua.
Però le parole sono strane. Non sempre spiegano una cultura. A volte, semplicemente, ne conservano dei pezzi. E quella vecchia parola, Schuld, sembra conservare proprio questo: l’idea che ciò che devi a qualcuno non sia soltanto una cifra, ma anche una responsabilità. Forse è per questo che, da italiano che vive in Germania, continuo a trovarla così curiosa. Perché qui anche il debito, almeno linguisticamente, sembra avere qualcosa di cui farsi perdonare. E conoscendo i tedeschi, probabilmente dovrai anche compilare un modulo per farlo.
