Il PD evidentemente ha letto Schopenhauer

«Con noi 7% del PIL per la sanità pubblica. Con loro 5% del PIL per le armi». La nuova comunicazione del Partito Democratico è efficace, perché in poche parole costruisce una contrapposizione immediata: da una parte ospedali, medici e cittadini; dall’altra armi, distruzione e spese militari. Peccato che la realtà sia un po’ più complicata. Il primo elemento da chiarire è che quel 5% non significa affatto «5% del PIL per comprare armi». Al vertice NATO dell’Aia del 2025 gli alleati hanno concordato di arrivare entro il 2035 al 5% del PIL complessivo per esigenze di difesa e sicurezza: almeno il 3,5% per le esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% per infrastrutture, cybersicurezza, resilienza, innovazione e industria della difesa. L’Italia, inoltre, oggi non spende il 5%: nel 2025 si è attestata intorno al 2% secondo la metodologia NATO. Presentare quindi il 5% come se il governo Meloni avesse deciso di destinare oggi quella cifra alle «armi» è quantomeno fuorviante. E tra l’altro chiunque vada al Governo nel 2027 l’alternativa sarebbe o accodarsi alle decisioni del Patto atlantico, o uscire dalla Nato. Buona fortuna. Ma c’è qualcosa di ancora più interessante, e qui entra in scena Arthur Schopenhauer.

Arturo, uomo cinico, pragmatico, nichilista, ma vi assicuro che aveva anche dei difetti. Ne L’arte di ottenere ragione, nei suoi 38 stratagemmi, il filosofo dedica il numero 12 alla scelta delle metafore e delle formulazioni più favorevoli alla propria tesi. Non è necessario falsificare un dato: basta scegliere la parola giusta per orientare il giudizio di chi legge. E infatti il PD non scrive «5% del PIL per la difesa e la sicurezza». Scrive «5% del PIL per le armi». La differenza non è soltanto linguistica. «Difesa» richiama protezione e deterrenza; «armi» richiama immediatamente guerra e distruzione. Dall’altra parte troviamo «sanità pubblica», cioè una parola associata alla cura e alla tutela delle persone. La contrapposizione è così già servita: noi curiamo, loro comprano armi. Ma è una contrapposizione costruita, non una conseguenza inevitabile delle scelte di bilancio. Si può discutere se il nuovo obiettivo NATO sia troppo ambizioso, se l’Italia debba davvero arrivare a quelle percentuali e soprattutto come finanziare quel percorso. Sono questioni legittime e importanti. Quello che non è corretto è trasformarle nella favola secondo cui ogni euro destinato alla difesa sarebbe automaticamente un euro sottratto alla sanità. Un Paese può e deve discutere contemporaneamente di sanità, pensioni, scuola, sicurezza e difesa. E può anche decidere che la spesa militare debba aumentare perché considera cambiato il contesto internazionale. È precisamente ciò che sostiene il governo Meloni: dopo decenni nei quali l’Europa ha beneficiato di una situazione geopolitica relativamente favorevole, la guerra in Ucraina e il deterioramento della sicurezza europea hanno riportato il tema della deterrenza al centro della politica. Si può essere d’accordo oppure no, ma questa è la discussione reale. Non «sanità contro armi». Anche il 7% del PIL per la sanità, del resto, è una proposta politica del PD, non una somma che il governo avrebbe deciso di sottrarre alla sanità per consegnarla alla NATO. Mettere le due percentuali una accanto all’altra crea visivamente proprio questa impressione: sette per la cura contro cinque per le armi. È una scelta comunicativa, non un confronto tra due voci di bilancio equivalenti. Il PD è perfettamente legittimato a contestare il 5%, così come il governo è legittimato a ritenerlo necessario. Ma se vogliamo discutere seriamente, sarebbe meglio chiamare le cose con il loro nome. E qui Schopenhauer torna sorprendentemente attuale: spesso, per ottenere ragione, non occorre dimostrare che l’avversario abbia torto. È sufficiente riuscire a far apparire la propria versione dei fatti come l’unica possibile. In questo caso la parola scelta è «armi». La domanda, però, non dovrebbe essere «sanità o armi?». Dovrebbe essere molto più semplicemente: quanto deve spendere l’Italia per la propria sicurezza, e come può farlo senza sacrificare il proprio sistema sanitario e sociale? Questa, almeno, sarebbe una discussione politica. Il resto è soprattutto comunicazione.

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