V per Vannacci
Non datemi del fazioso. Anzi, datemelo. Non mi importa, se quello che esprimo è un dato di fatto. Storicamente, i governi di centrodestra sono quelli che hanno mostrato, in più occasioni, una straordinaria capacità di tenere elettoralmente tra una elezione e l’altra. Basti pensare ai governi Berlusconi. Nel 1994 il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo ottennero complessivamente il 42,84% nella quota proporzionale della Camera. Due anni dopo, nel 1996, il Polo delle Libertà si attestò al 42,07%. Ma c’è un particolare tutt’altro che secondario: la Lega Nord, nel frattempo, aveva rotto con Berlusconi e si era presentata da sola, ottenendo addirittura il 10,07% dei voti. Quindi, se si guarda soltanto al 42,07% del Polo, si rischia di perdere il dato politicamente più interessante: Berlusconi riuscì a mantenere praticamente intatto il proprio bacino elettorale nonostante avesse perso per strada proprio la Lega, che correva ormai autonomamente. E la Lega, da sola, prese un voto su dieci. Insomma, una tenuta elettorale che, per usare un termine poco accademico ma molto più efficace, fu magistrale. E ancora: nel 2001 la Casa delle Libertà raccolse oltre 18,4 milioni di voti nella quota proporzionale. Anche nel 2006, dopo cinque anni di governo Berlusconi, il centrodestra arrivò alle elezioni con un consenso ancora enorme e la competizione si risolse con uno scarto ridottissimo. Quei famosi 25000 voti, meno di un quartiere medio della periferia romana. Questo non significa che Berlusconi abbia sempre vinto, né che il centrodestra sia stato immune dalle oscillazioni elettorali. Significa un’altra cosa: l’elettorato di centrodestra, nella storia repubblicana, ha dimostrato più volte una notevole capacità di rimanere dentro il proprio campo anche dopo una legislatura di governo. E allora veniamo a oggi. Fermo restando che i sondaggi sono, per l’appunto, soltanto sondaggi, che poi ci sono le elezioni e che in Italia, soprattutto negli ultimi anni, il lavoro degli istituti di statistica è stato alquanto ancestrale, prendendo per buona la media ponderata, non nel senso matematico del termine, ma nel senso che abbiano realmente ponderato la situazione, a conti fatti il centrodestra, senza Vannacci, si attesta intorno al 40%, mentre il centrosinistra si aggira intorno al 42%. Ma non sarebbe nemmeno corretto parlare semplicemente di centrosinistra. Sarebbe più appropriato dire campo largo: due grandi partiti, Democratico e 5 Stelle, più una piccola galassia di movimenti più o meno strutturati. Il che è veramente paradossale: per abbattere Serse scende in campo tutta Sparta alla testa un di manipolo di “liberi” Greci. La situazione, però, è questa.
E poi c’è il nodo Vannacci. Ad oggi vale intorno al 7,5%. E su questo credo che dovrebbero smettere di fare i bambini e parlarsi. Vannacci è stato, per certi versi, quello che Meloni era alla fuoriuscita dal Popolo della Libertà: una spina nel fianco, un pungolo, concetto tanto caro alla destra giovanile. Quella maledetta e fastidiosissima spina, sempre pronta a ergersi a paladina dell’integrità morale. Se non fosse per una questione meramente anagrafica, si potrebbe dire che Giorgia Meloni possa rivedere in Vannacci qualcosa di sé da giovane.
Insomma, con Futuro Nazionale il centrodestra arriverebbe a sfiorare il 48%. A quel punto non ci sarebbe partita per la concorrenza. Anzi, non ci sarebbe proprio concorrenza. Qualcuno potrebbe obiettare che Futuro Nazionale nel 2022 non esisteva. È vero, sulla carta. Ma, secondo voi, dove li ha presi, o meglio, dove li prenderebbe quei voti? Dalla sinistra? Dal campo largo? I dati sui flussi indicano che si tratta in larga parte di un’area nella quale i voti si sono semplicemente spostati all’interno dello stesso campo: la maggior parte proviene dalla Lega, una parte minore da Fratelli d’Italia e una piccolissima porzione da Forza Italia. Insomma, è tutto rimasto in famiglia. E allora, un governo che dopo quattro anni di scelte difficili, come quelle che deve affrontare qualsiasi governo di qualsivoglia natura, se la gioca ancora molto bene con l’opposizione, dovete concedermi che è una mosca bianca. Ma la domanda sarebbe anche: se questo fantimatico campo vincesse quant’anche per uno scarto di voti minimo, a parte riuscire a governare, farebbe la fine del secondo governo Conte? Trascinato per 16 mesi fino alla morte cerebrale. Finche governi una regione come potrebbe essere la Sardegna, l’Emilia-Romagna o l’Umbria, dove effettivamente hanno posto in essere le basi per una coalizione più o meno solida, ci può anche stare che riesci ad arrivare a cena: la Regione si sa, è un mondo a parte. Il problema semmai è quando a livello nazionale coesistono più prime donne in un solo agglomerato partitico. Non è solo una questione di leadership e che proprio non s’accocchiano: dal 2019 2021 hanno litigato praticamente su tutto: prescrizione, giustizia, Mes, politica economica, infrastrutture, nomine, gestione della pandemia. Il problema non è tanto numerico, o almeno non voglio solo ridurlo alle statistiche. Il fatto è che ci sarà un motivo se i governi di centrodestra a confronto di quelli di Centro sinistra, A tengono meglio, B durano l’intera legislatura. Tra l’altro Giorgia Meloni non ha neanche fatto rimpasti fino adesso. Non ci sarà da vantarsene, però maggiori sono i rimpasti, maggiori sono gli accordi e i disaccordi. Immaginate di guidare in autostrada e ogni 100/200 km dovete rimboccare l’acqua del radiatore. Scomodo, vero?
E intanto dopo le suppletive a Reggio Calabria, il Generale tira le somme e tronfio del suo 11% che non è niente male ha parlato tramite i suoi profili social: «FN dimostra di essere indispensabile per la vittoria del Centrodestra, benissimo». Significa che spera di essere tirato dentro, probabile veto di Salvini permettendo.
